| Il viaggio finale |
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| Scritto da Fabrizio Valenza | |
| domenica 06 settembre 2009 | |
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Questo è il mio racconto che è stato letto, magistralmente da Maddalena Gemma, alla Notte Bianca 2009 di Villafranca di Verona.
Il viaggio finale (di Fabrizio Valenza)
La porta di casa è aperta perché io possa fare il mio viaggio. Mi son svegliato di notte e lacrime di attesa scendono dalle ciglia. Il silenzio del buio accarezza la mia persona come piuma caduta da un uccello dell'infinito. Certo, è il momento. L'attimo in cui andare via. Non so dove, sarò sincero. È un viaggio del corpo che si porta dietro l'anima e s’incammina senza alcun bagaglio materiale. La mia pelle, nuda e scoperta al baluginio delle stelle, non ha più conosciuto nemmeno il candore fioco della Luna. In questa notte, solo con pensieri e sensazioni, ricordi ed emozioni ancora sotto superficie, intraprendo la via della discesa.
Abitavo in cima alla collina. Da lì i paesaggi ambrati sorgevano ogni mattina con la luce del primo sole. Dai rami di alti alberi ammiravo crepuscoli d’aliti di drago. Su quel colle, lontano dalla civiltà, ho vergato fogli di pensieri, e perché i miei sentimenti non fossero gettati nella fornace dell'umanità disprezzante, li ho nascosti in un baule. Ma questa notte, quando le parole gelide del vento mi hanno svegliato, ho aperto i suoi lucchetti d'oro e d'argento, sollevando con grazia le chiusure, e ho raccolto quelle note sulla scia di un profumo sconosciuto. Schiaffi di emozioni a lungo trattenute, commozioni mai sopite mi deridono, mentre sentimenti eccessivi si prendono la rivincita sospingendomi per terra. Era tutto lontano da me, tutto a debita distanza. E adesso, nella polvere per gli urti del passato, antiche luci riaffiorano dallo spirito smorzato. Tanto che non sono più capace di star fermo, rinchiuso in una stanza della casa in cima alla collina. Per questo intraprendo la via della discesa. Oggi è il cambiamento.
C’è buio lì fuori, quel buio di cui ho sempre paventato l'ingombrante odore freddo. Inciampo, pungo i piedi su nascoste spine. Il mio corpo, nudo e libero come l'anima rimessa al naturale, cammina in mezzo al mondo. Intravedo, nell’ombra ai margini della carrareccia, nasturzi e giacinti coltivati da qualcuno. Il profumo mi pervade; riconosco un barlume di familiarità nel mondo sconosciuto in cui mi sto inoltrando. “Lucciole che siete sulla cima di quell’olmo, non volete scendere a illuminare i passi miei? Venite e fate luce a questi fiori: ormai non mi appartengono, ma forse potrò ricordare un’ultima volta cos’era la mia vita: speranza seminata. Venite e illuminate questa scena, che possa conservarla per sempre nelle pieghe dell'anima esposta; che scenda ed entri nel mio sangue. Che non abbia più bisogno di vederla, divenuta parte imprescindibile di me.” Ma quello che è passato è giusto che rimanga nell'ombra del ricordo. La bestia triste del passato non va risvegliata. Guardala, se vuoi. Ma lasciala dormire. Le lucciole rimangono a ronzare, silenziose, illuminando foglie nascoste tra i rami. Il vellutato fruscio di un fiume zittisce i miei pensieri: sarà lui, con la sua forza senza fine, a trasportarmi innanzi. Giace lungo l'ansa dolce un molo piccolo, che so da sempre abbandonato. Da tempo immemore la barca ondeggia accanto. È lì per me! Che io prenda l'ultimo vascello, tagli ormeggi col coraggio di chi vuole conoscere il mistero, e mi lasci trasportare verso la vallata! Per poco ancora m'inseguirà il passato. Certo, lo farà, senza nulla lasciare al solo intento, ma non potrà raggiungermi, e qualcos'altro inizierà a fiorire. Sarà allora che vedrò più bei nasturzi; giacinti e rose mi incoroneranno. Tutto diverrà splendore di nuove aurore. Quando si alzerà la grande luce del nuovo dì che arriva, i crepuscoli saranno solo un momento del respiro dell'Eterno.
Scorri giù, fiume dell'ultimo viaggio; discendi con amore lungo l'onda. Io devo vivere di nuovo. |
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