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L'apporto della narrativa fantastica all'identità post-moderna PDF Stampa E-mail
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Scritto da Fabrizio Valenza   
sabato 14 novembre 2009

Introduzione.

Oggi più che nel passato l'uomo appare spesso alla ricerca della propria identità. Segnale di questa continua ricerca è la facilità con cui depone uno stile di vita per assumerne un altro, in un continuo mutamento che avvalora la tesi di un teologo, Franco Giulio Brambilla. Secondo lui, “nella cultura moderna l'uomo è diventato la questione radicale. Tale questione si precisa come domanda circa l'identità del soggetto. Infatti, la domanda dell'uomo su se stesso è balzata al centro della modernità”.

Mi sono chiesto se la letteratura in genere e, nella fattispecie del nostro incontro, la letteratura fantastica possa offrire un orizzonte di senso e una fonte nuova per un'identità assetata di un assestamento definitivo. Forse, alla fine dell'intervento, ci si renderà conto di come il risveglio dell'immaginario fantastico caratteristico di questi ultimi trent'anni, e in maniera ancor più pronunciata, di quest'ultimo decennio, sia da collegare alla ricerca di una o più grandi narrazioni che diano colore e motivi a un'esistenza umana declassata sempre più a “lista di cose da fare e di prodotti da acquistare”.

Nella mia riflessione mi avvantaggerò delle linee suggerite dal teologo Brambilla, dal sociologo Zygmunt Bauman e dal filosofo Paul Ricoeur, per rintracciare una possibile via per rispondere alla domanda: chi è l'uomo oggi?


  • Cos'è l'identità liquida. L'identità liquida come espressione della percezione dell'individuo di essere continuamente diviso interiormente.


Il punto di partenza della mia riflessione è il concetto di “identità liquida”, teorizzato dal sociologo Zygmunt Bauman in seno alla descrizione ampia della modernità liquida.

Secondo Bauman, l'identità nella nostra epoca post-moderna è un concetto ambivalente e polisemico, che emerge “nel tumulto della battaglia”, un concetto fortemente contrastato. Talora può essere il grido del singolo individuo che rivendica la sua autonomia e libertà di fronte a ideologie colletivistiche. Talaltra diventa la bandiera di un gruppo sociale, che vede compromessa la propria coesione e integrità culturale dinanzi all'invadenza dello straniero. Nella sofferenza legata all'incapacità di vedersi in un modo univoco, la tentazione è quella di ridurne l'ambivalente complessità. Cioè sfruttare uno dei due valori di cui è intessuta: o la libera autonomia o la necessaria appartenenza. In questa situazione, l'unico modo che l'uomo post-moderno riesce a trovare per costruire la propria identità, non è come per un puzzle.

Con un puzzle c'è un obiettivo da raggiungere, un'immagine da ricreare. L'identità post-moderna, invece, è orientata ai mezzi: essa possiede solo certi pezzi e prova e riprova a ordinarli e riordinarli, fino a quando non ha un certo numero di immagini soddisfacenti. Fa esperienza con ciò che ha!

Questo passaggio da un puzzle completo a un puzzle frammentato, da una fase solida dell'identità a una fase liquida, è legato all'accelerazione di liquefazione delle istituzioni sociali, e ancor più radicalmente alla perdita del debito nei confronti dell'alterità.


Il teologo Brambilla osserva che:


...dire dell'uomo solo nel rapporto solitario con se stesso è impossibile, senza riconoscere che l'identità del soggetto si dà

  • nella relazione all'altro da sé,

  • al prossimo nella relazione uomo-donna e genitori-figli,

  • nella relazione fraterna

  • e nel rapporto socio-culturale

  • e, da ultimo, nel rapporto con l'Altro.1


Se non c'è apertura all'altro non può esserci verità, perché è solo nel confronto con l'altro e nel riconoscimento del proprio debito di gratitudine all'altro che io posso trovare il consenso a me stesso.

Il risultato dell'esclusione dell'altro è davanti agli occhi di tutti: sembra non esserci più alcun assoluto che possa aiutare l'uomo a definirsi. Ogni volta è una battaglia nuova, una continua ricerca e ridefinizione di sè.


  • Il progetto secondo la fenomenologia di Ricoeur.


Cosa c'entra tutto questo con la letteratura fantastica? In quale modo si può parlare della narrazione fantastica, che pesca a piene mani nell'immaginario, come evento significativo per l'uomo che si riscopre nella realtà con un'identità liquida, variabile nel tempo e mai capace di riferirsi per sempre a un assoluto?

Una caratteristica della modernità liquida, nella quale si inserisce l'identità liquida degli individui, è un senso di impotenza che sembra permeare, talvolta, il senso comune della nostra società, come se l'assenza di un orizzonte condivisibile e la deriva di valori conseguente fossero senza scampo. L'uomo individualizzato e frammentato non è più capace di ritrovarsi a livello comunitario, realtà sociale – quella della comunità – di cui sente, tuttavia, un grande bisogno. I grandi ideali del passato sembrano sempre più lontani e l'unico apporto della mente dell'uomo veramente capace di modificare il mondo deriva da un ingegno legato a metallo e circuiti.

Ripeto la domanda, con un'aggiunta: in un paesaggio esistenziale di questo tipo, in quale modo la narrazione fantastica può essere un evento significativo per l'uomo dall'identità liquida? Un romanzo come Il Signore degli Anelli è capace di offrire un orizzonte di senso che valga per la ricostruzione di un'identità più solida? E se sì, in che misura?

Dicevamo che l'uomo “liquido” si sperimenta e si risperimenta. Ma perché l'uomo possa sperimentarsi dev'essere in grado di prendere in pugno la propria libertà, deve poterla strutturare secondo il proprio desiderio, secondo i propri obiettivi, sia a livello individuale che a livello sociale.

 

Un romanzo è in grado di influenzare la mia capacità di essere libero?


Per cercare di dare una risposta provo a proporvi una riflessione di Ricoeur, riguardante il progetto personale che porta all'azione. Nell'azione si possono riconoscere tre momenti:


  1. c'è un momento di decisione,

  2. al quale segue il momento dell'azione, cui si arriva mettendo in campo delle motivazioni

  3. e, infine, il momento del consentimento, nel caso in cui ci siano ostacoli.


Poniamo l'esempio: “Fabrizio Valenza vuole comprare il libro Il Signore degli Anelli”.


Il momento della decisione è descritto da Ricoeur come un progetto posto in essere da una volontà. Fabrizio Valenza vuole comprare il Signore degli Anelli. Per compiere questo volere deve mettere in atto un progetto d'azione vero e proprio.

Il progetto è il seguente:

il progetto di Fabrizio Valenza che va a comprare Il Signore degli Anelli”.


Questo progetto dev'essere confermato da una mozione volontaria, cioè da una sua messa in opera. La mozione volontaria permette al soggetto, Fabrizio Valenza, di collegarsi alla decisione e di definirsi come colui che ha posto in essere la sua decisione.


Io che mi muovo fuori di casa per andare a comprare Il Signore degli Anelli mi riconosco come Fabrizio Valenza, colui che vuole comprare Il Signore degli Anelli”.


Ora, prima che io riesca a raggiungere quest'obiettivo e riesca a comprare il libro, possono intervenire varie difficoltà che compromettono, in parte o in toto, la finale identificazione tra atto compiuto e decisione iniziale.


Se la mia motivazione è scarsa, debole, molto probabilmente posso stancarmi strada facendo e non arrivare al negozio, se questo è posto in un luogo difficilmente raggiungibile”.


Oppure può accadere qualcosa di ancora peggiore: qualcosa di estraneo alla mia volontà e da me non prevedibile può intervenire per allontanarmi dal compimento della mia decisione.


Fabrizio Valenza può pure arrivare fino al negozio per comprare Il Signore degli Anelli, ma se il negozio è chiuso, c'è un ostacolo insormontabile che non dipende dalla sua volontà”.


Forse è proprio di fronte a questa “impossibilità” involontaria che si percepisce più spesso il senso di disillusione:


il negozio era chiuso! Cosa posso fare di fronte a questo? Ah! Il fato non voleva che comprassi quel libro di Tolkien!”


In realtà anche di fronte a questo ostacolo, che percepisco come qualcosa di estraneo alla mia volontà, posso assumere una modalità volontaria e volere ciò che è inevitabile: posso ac-consentire a ciò che è involontario. Dico:


sia così! Il libro non lo compro”


oppure


sia così! Lo voglio assolutamente, un giorno lo acquisterò, ma per oggi rinuncio”.


Alla fine di questa catena di eventi, ho ottenuto dei risultati. Nel caso peggiore non ho comprato il libro e ho rinunciato a comprarlo. Nel caso migliore il negozio era aperto e l'ho comprato. In un terzo caso, a metà strada, ho trovato il negozio chiuso ma ho programmato di acquistare il libro non appena il negozio aprirà. In ognuno di questi tre casi io ho fatto pratica di me stesso, e ho dato uno spessore minore o maggiore alla mia forza di volontà.

Se rinuncio ad acquistare il libro non mi faccio toccare dall'involontario, se non in chiave negativa, passiva. Ma se mi ristrutturo, se ristrutturo la mia decisione, posso acquistarlo successivamente e in questo modo far entrare l'involontario nella mia decisione, e rispondere alla difficoltà in una maniera positiva, attiva. In questo modo io consento affinché l'involontario modifichi la struttura della mia decisione e, con essa, il modo in cui mi riconosco nella mia azione.


E una volta che mi ritrovo tra le mani Il Signore degli Anelli, ritorna la domanda: in che modo esso può offrire un orizzonte di senso alla mia identità alla ricerca di una solidità?


  • Cosa intendo per specificità e in che modo possono caratterizzare il tessuto narrativo.


Un altro punto fondante di questa mia conferenza è il rinvenimento di “specificità” nel contesto di un tessuto narrativo. Cosa intendo con questo termine?

Il vocabolario italiano indica con questo termine “la caratteristica di ciò che è specifico”2, laddove “specifico” è aggettivo rivolto – solitamente – all'oggetto. Quindi un romanzo o una storia avranno delle specificità ravvisabili nel tessuto narrativo stesso. In sostanza delle “cose” che attengono unicamente a quella narrazione. Da parte mia intendo questo termine su un versante più spostato verso il soggetto. Per quel che mi riguarda e per ciò che mi serve in questa discussione, “specificità” è tutto ciò che è, sì rintracciabile nel tessuto narrativo di una storia, ma che è colto in maniera altrettanto specifica dal lettore. Per questo motivo un primo lettore potrà cogliere una determinata “specificità” del racconto, mentre un secondo lettore potrà ravvisarvi una o più specificità del tutto o in parte differenti.

La specificità è la voce propria del tessuto narrativo per il lettore. Un lettore, ovviamente, attivo, partecipante, che fa suo il testo, come meglio vedremo in seguito, parlando dell'identità narrativa di Ricoeur.


  • Differenti livelli di legami con la realtà umana nel suo complesso.


Ragionando nell'ambito di simili specificità, si può subito notare come esse possano variare al variare del lettore e come, dunque, il medesimo testo possa offrire “specificità” differenti a differenti lettori.

La “specificità” ha un appiglio nella realtà umana del lettore, senza del quale si ridurrebbe a una pura opinione, al limite del disinteressato, sul testo che il lettore si è scelto per passare il tempo a disposizione.

“Specificità” è ciò che è significativo, ciò che il fruitore di un testo può ritenere più o meno colmo di senso per la propria vita. Pensate a un romanzo come “Il Signore degli Anelli”. Quanti significati si possono cogliere a livello generale, quante letture e piani di lettura permette il capolavoro di Tolkien? Indubbiamente è possibile scavare in un testo così ricco come Il Signore degli Anelli fino a quanto lo permette l'infinita ricchezza di ciò che viene definito capolavoro. Credo che una delle caratteristiche di un capolavoro sia quella di dare giustificato adito a letture sempre ulteriori, motivate dal variare delle interpretazioni possibili, al variare delle epoche. Quanti significati si continuano a rilevare – senza limite d'epoca – in opere quali l'Odissea o la Divina Commedia?

Tornando al termine che ho utilizzato, “specificità”, ogni lettore ravvisa nel Signore degli Anelli, nell'Odissea, nella Divina Commedia le sue proprie “specificità”. Apparentemente possono coincidere con le “specificità” di altri lettori, ma nella realtà le caratteristiche stesse della “specificità” maturata da un lettore la renderanno profondamente differente da quella di un altro fruitore, e questo per quel doppio aspetto oggettivo/soggettivo cui si faceva riferimento in precedenza.

La “specificità” è una parte che appartiene indubbiamente al testo (valore, immagine, suono, ambiente) ma che è vissuta in maniera unica da quello specifico fruitore, secondo le sue caratteristiche personali. Due lettori differenti potranno pur cogliere, nel Signore degli Anelli, il senso di “perdita dell'armonia” veicolato dall'inquinamento della Contea, ma ognuno di loro lo vivrà secondo il proprio modo di sentire, secondo il proprio punto di vista, secondo la propria esperienza umana.

Proprio la stratificazione dell'esperienza negli esseri umani fa sì che un lettore possa ravvisare varie “specificità” nel medesimo testo, poste in una propria scala gerarchica di valori. Per tornare al Signore degli Anelli, la “specificità” dell'amicizia potrà essere per me più significativa della “specificità” della protezione di un ambiente chiuso e raro come la Contea, ma meno importante della “specificità” della lotta fino al sacrificio di sé contro il male. Tutto dipende dal vissuto del lettore, che tramite le “specificità” per lui più significative legherà a sé il romanzo letto in un modo tutto particolare. Ovviamente può accadere che il lettore non rinvenga “specificità” alcuna nello scritto, il che – il più delle volte – è da addebitare alle scarse qualità dello scritto stesso.

Queste specificità rinvenute divengono motivazioni più o meno adatte a nutrire il mio tentativo di portare a compimento il progetto della mia azione. La mia decisione potrà fare affidamento sulle specificità rinvenute in una narrazione in cui mi riconosco.


Ma qui sorge un'altra domanda.

Com'è possibile per il lettore riconoscersi all'interno di una narrazione?

Prima di rispondere vorrei fare una piccola digressione riguardante le cosiddette “grandi narrazioni”.

Secondo John Stephens, il metaracconto, o grande narrazione, è "uno schema narrativo culturale totalizzante o globale che ordina e spiega la conoscenza e l'esperienza", cioè i suoi presupposti trascendenti, la storia (mitica o reale) che presuppone". Il prefisso "meta" significa "oltre" ed è qui usato per intendere "riguardante". Il metaracconto, o metanarrazione, è la storia presupposta da una narrazione.

Vi viene in mente nulla? Il fantasy sembra rientrare perfettamente in questo genere di visione narrativa. Il fantasy è una tecnica narrativa perfettamente post-moderna.

Tuttavia la grande narrazione non è una novità dell'età postmoderna: anche in passato si assisteva alla narrazione di grandi eventi che permettevano alle persone di riconoscersi in un camino comune. Ma la differenza fondamentale è che fino all'epoca moderna l'uomo non si perdeva in una vastità di averi che accecava la sua vista riguardo a ciò che era diverso, a ciò che era più in là, l'ulteriore. L'epoca moderna ha creato l'homo oeconomicus e lo ha privato sempre più di un senso assoluto, per relativizzarlo a ciò che ha. Si è passati dall'essere all'avere, e anche la ricerca del senso nell'età contemporanea diventa la ricerca di un senso da “avere”, e non più un significato da “essere”.


  • In che modo il lettore completa il processo mimetico: Ricoeur e l'identità narrativa.


Guardiamo al modo in cui la narrativa fantastica può tornare utile alla costruzione dell'identità post-moderna, la cosiddetta “identità liquida”.

Ricoeur ci offre la possibilità di riflettere su due termini chiave della narrativa e della narrativa fantastica: metafora e “identità narrativa”.

Metafora: secondo il filosofo, la metafora non è da considerarsi un mero ornamento stilistico, un nome improprio, una sostituzione lessicale motivata dalla somiglianza, volta ad abbellire il testo e a renderlo più godibile, ma diventa una "predicazione bizzarra", una "attribuzione impertinente": non è un fenomeno di parola, ma un evento testuale e discorsivo che si carica di una grande potenzialità di ri-figurare la realtà. La metafora, qui intesa in senso molto ampio come ciò che apre al simbolo e al simbolismo, è capace di scoprire dimensioni ontologiche nascoste all'esperienza umana, di pescare dalle profondità del suo cuore e di trasformare la nostra visione del mondo. 

Veniamo all'altro termine, identità narrativa.

È uno dei cavalli di battaglia del filosofo francese, che ci spiega come nel racconto il tempo venga organizzato tramite una struttura che gli permette di divenire significato. In sostanza una storia ha un senso perché struttura il tempo secondo una sequenza di eventi. Questa sequenza di eventi, che parte dalla narrazione originata nella mente del suo autore, è portata a compimento dal lettore, che la fa propria e la rifigura, la risignifica compiendola con la propria qualità di vita.

Secondo questo modo di vedere, ciò che noi chiamiamo storia, ma che nel nostro caso può continuare a essere intitolata "Signore degli Anelli", è il risultato di un rapporto tra autore, opera e lettore.

C'è un primo momento, in cui il lettore coglie l'offerta dall'autore nel libro, secondo l'esperienza di vita del lettore stesso. Questo momento inizia con la decisione del lettore di acquistare il libro, ma anche con il desiderio dell'autore di scriverlo. Si tratta di ciò che abbiamo chiamato "progetto".

C'è un secondo momento, che consiste nella capacità del testo di offrire una struttura temporale e narrativa che costituisce un mondo in sé, laddove si trova tutta l'originalità e l'apporto dell'autore e della sua creazione. E' il punto in cui si rinvengono le "specificità" di cui parlavo precedentemente.

Il terzo momento è la capacità del testo Signore degli Anelli di alimentare una nuova prassi di rifigurare l'azione. 

Cioè

"io lettore Fabrizio Valenza, che ho comprato il mio libro, lo trovo così "vero" da lasciarmene influenzare. Quest'influenza entra nella struttura delle mie decisioni secondo il carico di suggestioni tipiche di una grande narrazione, che fa riferimento a ciò che sta oltre il racconto stesso, fa riferimento a ciò che accomuna l'autore Tolkien al lettore Fabrizio Valenza".


Perciò sta al lettore cogliere ciò che sente proprio secondo le specificità e renderlo parte della propria vita.3


  • In che modo il fantasy si inserisce nel progetto di senso offerto all'identità liquida. Ovvero la narrativa fantasy costituisce un modo in cui l'identità narrativa organizza il senso del proprio consentimento alla necessità.


Ovviamente non è possibile fare un elenco delle specificità alle quali ogni lettore può agganciarsi. Proprio per ciò che ho spiegato finora, ogni lettore ha la capacità di cogliere le sue proprie specificità, di ritenere validi per la vita aspetti del racconto che solo lui è capace di vivere a quel modo. Il lettore completa il racconto con la propria sensibilità, con le proprie necessità vitali, con i propri sogni e le proprie volontà. Attraverso gli elementi del racconto è possibile costruire la propria identità e contribuire a darle un orizzonte di senso di cui, come dicevamo all'inizio, oggi c'è un grande bisogno.

Ecco allora che la narrazione in generale, e soprattutto la narrazione di genere fantastico, è in grado di soffermarsi su esperienze di pensiero così vaste e così “totalizzanti” da poter offrire un contributo reale addirittura all'autodeterminazione del sé.


Sebbene non sia possibile fare un elenco di ciò che costituisce le specificità proprie di ogni lettore, è tuttavia possibile pensare a un elenco delle tematiche che, da quando esiste il fantasy, offrono il fianco a un confronto con la propria vita che il lettore pone in essere.

Tendenzialmente, le caratteristiche della narrazione fantastica sono le seguenti:


  • lotta tra il bene e il male, due esempi: Tolkien (con la proposta di un'epica caratterizzata dal moderno ed eterno conflitto tra orgoglio e umiltà) e King (col quale il mondo personale dell'autore rientra esplicitamente nella storia)

  • personaggi apparentemente semplici, standardizzati ma che hanno funzionalità di specchio per determinate grandi caratteristiche psicologiche e culturali: il mago, il guerriero, l'eroe, l'orgoglioso, l'umile, il nobile, il re, il sacerdote, ecc.

  • natura come personaggio in cui riflettersi, uno degli aspetti fondamentali del fantastico. Il ritrovarsi parte della natura è, per l'uomo post-moderno, argomento principe, al centro perfino di tentativi architettonici volti a integrare il luogo in cui vive l'uomo e il mondo del quale fa parte

  • senso del sacrificio e valori ai quali si tende; ogni fantasy presenta la sua scala di valori e il simbolismo di cui è permeata la narrativa fantastica permette di sondarli secondo modalità altrimenti raggiungibili per vie più complesse

  • simbolismo come porta di comunicazione tra le nostre tensioni personali verso il valore e un mondo visto come ideale

  • contenuti pratici del testo (magia, soluzioni pratiche di vita, ambiente), quale nuova modalità (forse un po' degenerata) del fantasy.



Conclusione. Nel complesso, l'identità liquida può trovare una risposta più o meno profonda, più o meno pervasiva a seconda della specificità degli elementi ritrovati, nella letteratura fantastica, soprattutto, credo, grazie al suo apporto simbolico che permette di porre in dialogo l'uomo contemporaneo (da questo punto di vista esattamente come l'uomo antico) con un mondo da raggiungere e realizzare. Una vera e propria proposta di progetto di vita e d'azione inserito in un contesto narrativo, che permette di creare un'identità più compiuta grazie al meccanismo di completamento esemplificato da Paul Ricoeur. Il lettore completa il senso della narrazione con il proprio mondo vitale, facendo entrare in sé il significato profondo (colto dal lettore nella sua individualià) del mondo letterario proposto.

1F. G. Brambilla, “L'identità transitiva. Per un'antropologia drammatica”, in L'identità e i suoi luoghi. L'esperienza cristiana nel farsi dell'umano, A. T. I., Edizioni Glossa, Milano 2008, 21-22.

2Vocabolario Italiano della Lingua Italiana Zingarelli 1998.

3Testi su metafora e identità narrativa in Ricoeur tratti dal sito www.filosofico.net, a cura di Diego Fusaro.

 
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